Sosta per riposare


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Koji is an American writer living in Bulgaria with her husband and two kids. She has work published with Honey & Lime Literary, Luna Station Quarterly, and ParABnormal Magazine. You can find out more  [+]

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L’anziano sacerdote osservò la pentola d’olio di ghisa nell'angolo della cucina immacolata. Era pesante e a lui faceva male la schiena.

Gli alberi che crescevano sulle pareti del canyon gli sussurrarono: «Prepara la prova».

Chiudendo gli occhi per concentrarsi, lasciò vagare il cuore nella brezza leggera finché trovò il gruppo che attraversava il canyon, a voce alta e con il passo pesante. Contò i passi. Erano ancora lontano, ma la vegetazione del canyon gli trasmise lo scalpiccio di tredici, anzi, quattordici pellegrini. Un gruppo numeroso, inaspettato a stagione così inoltrata. Fu quella quattordicesima serie di orme – leggere, irregolari e un po’ indietro rispetto alle altre – a far sollevare il capo ai fiori, che trasmisero messaggi alle robuste radici degli alberi, le quali poi cantarono a lui. Il sacerdote si chinò e, gemendo, mise la pentola sul fornello. Il suo respiro si fece affannoso per lo sforzo, ma forse questa volta avrebbe avuto bisogno dell’olio.

Un brodo leggero bolliva sul fuoco, ma non era sufficiente per quattordici visitatori. Porzioni più piccole di zenzero sottaceto. Altro shiso dall’orto. Funghi shiitake per il piatto principale. I pellegrini sarebbero stati nutriti.
Affettare lo zenzero gli fece venire i crampi alle dita, così posò il pesante coltello d’acciaio e si massaggiò le mani nodose. Negli ultimi giorni perdeva colpi più facilmente. Le sue lacrime di sfinimento avrebbero reso amara la zuppa. Ma non poteva riposarsi. Si mise il grembiule da giardino e uscì per riprendersi.

Il canyon era largo solo due campi. Il suo spirito era cresciuto fino a riempire quello spazio e le pareti lo avevano abbracciato teneramente mentre lui si lasciava espandere nelle loro fessure. Camminando a lunghi passi tra le file ordinate di verdure a foglia verde, divenne respiro e corpo. I suoi dolori si attenuarono. Irrilevanti. Sopra di lui passavano la luce del sole e l’ombra. L’eco dei passi, ora più vicini, pulsava tra le piante unendosi al ritmo irregolare del suo cuore.
Solo dopo aver trovato l’equilibrio interiore, s’inginocchiò davanti a uno dei lunghi tronchi di shiitake e prese dal grembiule il coltello per i funghi. A differenza del resto dell’orto, che si agitava in attesa, i funghi erano immobili. La loro forza lo rinsaldò. Pulì i funghi con rapide spazzolate e colse i loro peduncoli con tagli leggeri. Mise i funghi nella borsa e proseguì verso lo shiso. Ai margini del campo sciacquò quello che aveva colto, e l’acqua riportò i sedimenti dalle piante alle aiuole dell’orto. Portò dentro il cibo e lo pesò attentamente. Quattordici porzioni per quattordici anime.

Il gruppo di pellegrini arrivò dopo che il sole era calato dietro il fianco del profondo burrone: in ritardo per il pranzo e troppo stanchi per apprezzare il tempietto. Il quattordicesimo seguiva il gruppo a distanza, un po’ indietro, fissando a occhi spalancati le cime torreggianti del canyon. La loro guida li istruì di togliersi le scarpe e sedersi a tavola mentre il sacerdote serviva loro i frutti della terra che avevano attraversato. I gesti del prete erano silenziosi ed efficienti mentre faceva spazio alla gente affinché esistesse con il cibo. I viaggiatori discutevano del resto del loro itinerario e della loro eccitazione per il tempio finale, notando a malapena la zuppa che gli scivolava in bocca o lo scricchiolio del daikon tra i denti. Di certo non assaporarono le spezie che i funghi avevano succhiato dal tronco su cui erano cresciuti.
Tranne il quattordicesimo. Giovane, vibrante di vita attentamente contenuta, sedeva all’estremità della tavola, masticando lentamente.

«Grazie. È delizioso», mormorò il giovane al sacerdote.

«Il canyon fornisce nutrimenti straordinari.» Il sorriso stanco del sacerdote si allargò come il lardo lasciato al sole pomeridiano.

Ali svolazzanti di speranza minacciarono di rompere la loro gabbia di ossa fragili nel petto del sacerdote. Studiò il giovane tranquillo. I suoi occhi non si posavano mai su un punto, come se stesse cercando qualcosa.
Il prete si ritirò in cucina, dove la frutta tagliata aspettava in ciotole di legno. Prese da parte una ciotola e la sostituì con un delicato piattino di porcellana, mentre l’olio si riscaldava. Con un paio di bacchette raccolse una foglia d’acero rosso scuro. La intinse in una pastella trasparente e la lasciò cadere nell’olio bollente, che schizzò sulle sue dita callose, intorpidite dall'età. Un secondo, due. Sollevò la foglia croccante e la impiattò.

Tredici ciotole di frutta e una foglia d’acero in tempura. Si levarono “oh” e “ah” attorno al tavolo e più di un brontolio di gelosia, ma non importava. Il giovane sollevò la foglia e mordicchiò un angolo, fissando il prete. Il suo sguardo non vagava più.

Al prete si risollevò lo spirito, che si allungò per toccare il giovane corpo agile dell’uomo.

Gli ospiti uscirono in fila dal tempio, la loro energia accresciuta dall’eccitazione per il resto del viaggio. Il giovane restò per ultimo e fece un inchino inaspettato, profondo e solerte.

«Grazie.»

«Puoi restare.» Il sacerdote indicò l’edificio basso lì accanto, con il vapore che usciva da un camino. «C’è un bagno.»

Il gruppo numeroso era già scomparso oltre l’arco, senza preoccuparsi di voltarsi indietro. Il giovane voltò le spalle al loro rumore.

«Dove sono gli altri monaci?»

«Ci sono solo io qui.» Il sacerdote guidò il giovane verso il bagno.

«È molto lavoro per un solo uomo. Quando trova il tempo per meditare?»

«Il lavoro diventa meditazione. Lo spazzare. Il cucinare. Prendersi cura del tempio è prendersi cura dell’anima.»

Il giovane si voltò lentamente, osservando il canyon. «È così tranquillo qui. Un mondo separato dalle città.»
Un sospiro sollevò le spalle curve del sacerdote e rimbalzò come una brezza lungo il canyon. «Sì. Sono qui in pace da quasi cento anni.»

«Deve sentirsi solo. I pellegrini si fermano mai?»

«No. Passano sempre al tempio successivo. La destinazione finale. Questa è solo una sosta per riposare.»

Nella stanza da bagno in penombra, il profumo dei sali di zolfo si diffondeva dalla superficie di una vasca piena. Il sacerdote prese un asciugamano da un armadietto e lo appese vicino alla porta.

«Ogni luogo è una destinazione. O almeno dovrebbe esserlo», disse il giovane.

Il sacerdote chinò la testa. Piegando il collo, il suo corpo si rilassò. La pelle cedette, i muscoli si distesero. Lo spirito del canyon lo abbandonò e lui s’inchinò di più.

Il giovane ricambiò il profondo inchino, riconoscendo l’esperienza della vita di servizio dell’anziano sacerdote. Con gratitudine, accettò l’ondata di energia. L’irrequietezza dei suoi piedi si attenuò. Il suo cuore rallentò. La pace si diffuse in lui come un sorso d’acqua di montagna.

Il sorriso del sacerdote era impercettibile mentre si voltava. «Rimani quanto vuoi.»

Lasciò il giovane, chiudendosi la porta alle spalle, e si trascinò verso il portico principale.

Il giovane si spogliò e si sedette sullo sgabello davanti al rubinetto. Si strofinò la pelle finché non si arrossò, sciacquò il sapone dal corpo e s’immerse nelle profondità immobili della vasca.
Si lasciò scivolare più a fondo nell’acqua, rilassandosi completamente. Il tempio era così silenzioso che poteva sentire ogni suono nel canyon. Gli uccelli cinguettavano; le foglie stormivano come se gli parlassero. I passi che si allontanavano del gruppo del tour facevano increspare la superficie dell’acqua anche se erano troppo lontani per essere uditi. Percepì il respiro del vecchio. Un inspiro lento e sottile, un espiro rumoroso. Rimase ad ascoltare il respiro del sacerdote finché non cessò di arrivargli.

Quando l’acqua si raffreddò, il giovane si issò fuori dalla vasca e si asciugò il corpo. Fuori, la luce era sbiadita nel tenue blu del crepuscolo. Sotto il portico dell’edificio accanto, il vecchio era accasciato su una sedia, finalmente in pace.

Il giovane sacerdote sarebbe rimasto.

-- Translated by Roberta Scarabelli

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