Prima a entrare, ultima a uscire

Daniel Wallace is the author of six novels. In 2019, he won the Harper Lee Award and is currently directing the Creative Writing Program at the University of North Carolina at Chapel Hill.

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Translated by Roberta Scarabelli

L’ultimo giorno di spiaggia uscì il sole, e la nebbia, che per tutta la settimana aveva avvolto la riva in un velo di cotone, si dileguò: scoprimmo che lì, in effetti, c'era un oceano. Non era proprio blu, più vicino al nero, ma quando le onde si appiattivano sulla spiaggia l’acqua era perfettamente limpida e piena di pesciolini e minuscoli granchi. Le conchiglie erano così così, per lo più frammenti di qualcosa che un tempo era bello, come antiche ceramiche portate a riva dal fondo dell’oceano: ti ricordavano che il mondo era vecchio, molto più vecchio di noi e di come noi saremmo mai stati. Mi piacerebbe poter dire che queste scoperte ispirarono in noi la constatazione della nostra mortalità, ma in verità era semplicemente bello sentire il sole sulle spalle mentre io e mia moglie – giovanissimi, appena sposati – camminavamo sulla sabbia già più calda, mano nella mano. Lei indossava un due pezzi nero, semplice e succinto, così bello che anche le donne che incrociavamo non potevano fare a meno di fissarla. Aveva i capelli (folti e rosso fuoco) raccolti in codini, e in qualche modo questo stratagemma da ragazzina esaltava la sua spudorata ma spontanea dimostrazione di pura e splendida femminilità. Io ero invisibile nel miglior modo possibile.

«Sono contenta che la nostra luna di miele non sia stata rovinata», disse lei.

Smisi di camminare e la guardai. «Non sapevo che avesse anche solo rischiato di rovinarsi», ribattei. «Abbiamo fatto l’amore centinaia di volte, letto tre romanzi e guardato un’intera stagione di The Walking Dead. È quasi la perfezione assoluta.»

«Sì», concesse lei. «Non volevo dire rovinata. Ma non puoi tornare a casa e raccontare alla gente che c’era la nebbia, ha piovuto tutto il tempo e hai letto e guardato la TV. Sembra squallido.»

«Hai saltato la parte sul fare l’amore.»

«Perché quello non puoi raccontarlo alla gente.»

«No», ammisi, anche se probabilmente lo avrei fatto, pensai. «Allora diciamo che c’è stato il sole ogni giorno e abbiamo nuotato con i delfini.»

«Ma sarebbe sbagliato», disse, e scoppiammo a ridere. Per qualche motivo era diventata per noi una battuta: “ma sarebbe sbagliato”. Non so bene come o perché, ma per noi era divertente, solo per noi, come a volte lo diventa qualcosa che chiaramente divertente non è. «Detto questo, non dimenticherò mai la cavalcata che abbiamo fatto sulla gobba della megattera.»

«Perché è indimenticabile. Lo racconteremo ai nostri figli.»

«La piccola Elettra e il piccolo Archimede.»

«Credevo che ci fossimo decisi per Zeus ed Era?»

«Penso solo che potrebbe mettergli troppa pressione, tesoro. Ed è un incesto.»

Mi diedi un colpetto sulla fronte e mi cadde qualche granello di sabbia negli occhi. «Perché non ci ho pensato? Sono mitologicamente stupido.» Pausa. «Però almeno sono sicuro che tu sei una dea.»

Mi strinse la mano. «Continua a farmeli», disse.

«Non ti preoccupare. Ne abbiamo per i prossimi dieci anni almeno.»

«Uau. Fai scorta di complimenti?»

«I complimenti sono la mia specialità.»

«Oh no», replicò lei, in un sussurro caldo ed erotico. «No, non sono quelli la tua specialità.»

Da quanto stavamo camminando? Non ne avevo idea. Mi fermai e guardai alle nostre spalle: non riuscivo a vedere il nostro albergo né alcun altro punto di riferimento. La civiltà era scomparsa dietro la curva della spiaggia. Potevo anche fare finta che fossimo su un’isola deserta, a fissare l’orizzonte aspettando i soccorsi che sapevamo non sarebbero mai arrivati. Non so cosa stesse pensando lei, ma anche il suo sguardo era sognante, e mentre osservavo i suoi occhi (del colore dell’edera) la coda di un’onda mi gelò le dita dei piedi: quasi sussultai tanto era fredda.

Lei si voltò verso di me.

«Io entro», disse.

«Scordatelo.»

«Non potrei mai perdonarmelo, venire in spiaggia e non fare il bagno. Mi vergognerei per il resto della mia vita. Anche tu lo farai.»

«Non credo proprio.»

«Sei mio marito adesso», disse. «Devi. Era nella promessa.»

«Quelle promesse erano ambigue.»

«Apposta per occasioni come queste.»

Mi lasciò la mano e fece un respiro profondo, abbracciandosi. Feci anch’io un passo verso l’acqua, ma lei mi fermò mettendomi una mano sulla pancia.

«Entro prima io», disse. «Sono sempre entrata io per prima. Fin da piccola. Lo voglio scritto sulla mia lapide: Prima a entrare, ultima a uscire. Ricordatelo.»

«Certo.»

«Sono seria», disse, e mi fissò in faccia. «Te lo ricorderai?»

«Me lo ricorderò. Però non lo sapevo.»

«Be’», disse. «Ci sono molte cose che non sai di me.»

Mi fece l’occhiolino, sorrise e poi andò. Corse in acqua, urlando per una sorta di gioia folle, e continuò a correre, al rallentatore ora che l’acqua diventava più profonda. Avanzò finché non riuscì più a camminare e poi si tuffò, scomparendo completamente per un tempo che sembrò molto lungo. Poi riapparve a una quindicina di metri al largo; le onde più alte rotolavano contro la sua schiena, sollevandola e lasciandola andare, su e giù, su e giù.

Lei salutò, io salutai.

«Vieni a prendermi se hai il coraggio!» gridò nel vento, la mia dea dalle lentiggini nel mare scuro come il vino, la donna che mi aveva già detto le parole che voleva sulla sua lapide quando la morte ci avrebbe separato. Volevo dirle quelle che avrei voluto sulla mia, ma l’acqua era fredda e lei era già lontanissima.

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