Il manuale delle giovani maghe

Angela Teagardner loves to play with magic, particularly the magic of stringing words together until they turn into stories.

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Translated by Roberta Scarabelli

Dopo aver letto Il castello errante di Howl, Cecil fece un incantesimo alla nostra casa, che si mise a camminare con passi scricchiolanti e ondeggianti, spostandosi a malapena di due isolati in un pomeriggio, così quando mi svegliai e vidi una costa rocciosa fuori dalla mia finestra rimasi a dir poco sorpresa. La nostra vecchia casa doveva aver camminato tutta la notte.

La mamma e il papà erano in cucina a bere il tè. Mi sorrisero, con aria stupidamente compiaciuta.
«Siamo in Cornovaglia?» domandai. «La scuola inizia tra meno di un’ora!»

«È il tuo compleanno, Tillie», disse la mamma, come se fossi io a non essere ragionevole. «Dovresti apprezzare il regalo di tuo fratello. Andrai a scuola domani.»

Il papà versò un goccio di latte in una tazza di tè e me la porse. «Ti è sempre piaciuto giocare in riva al mare durante le vacanze.»

Fissai fuori l’erba incolta e le scogliere, un po’ sbalordita. Era bello, certo, ma non era quello il punto. Né lo era il mio compleanno, e nemmeno che perdessi la scuola. I miei genitori guardavano lo stesso paesaggio, con un’espressione serena. Perché nessuno capiva quanto fosse seccante avere un fratellino che si credeva un mago?

Tutto era cominciato quando la nonna aveva spedito a Cecil un kit di magia per Natale. Io ricevetti un microscopio, che c’entrava con me come i cavoli a merenda, e se almeno fossero stati cavoli me li sarei potuti mangiare. Quello di Cecil era un banalissimo kit, pieno di carte e fazzoletti e una ridicola bacchetta con un cappuccio bianco. All’inizio aveva fatto apparire per magia le monete da dietro le orecchie e da altri luoghi impossibili, ma ben presto era passato a estrarre conigli da cappelli e colombe da ogni dove. All’arrivo dell’anno nuovo la casa era già piena zeppa di conigli e colombe, e la mamma aveva insistito in tono piuttosto severo perché provasse qualcosa di nuovo.

Lui aveva ubbidito con entusiasmo. Presto fu impossibile vivere una vita normale, visto che lui trasformava il mio spazzolino da denti in un cucchiaio o faceva un incantesimo all’impianto idraulico in modo che l’acqua diventasse viola. Aveva fatto una magia alla cucina in modo che funzionasse da sola e non sapevo mai se il tostapane fosse dell’umore giusto per fare toast o semplicemente azzannare le dita. Usava la magia per origliare le telefonate e una volta aveva fatto persino diventare tutti i miei vestiti di un verde brillante.

Vestita da capo a piedi come un folletto, avevo pregato i miei genitori di farlo smettere. Non mi avevano dato retta, e mi ero guadagnata per giunta la reputazione di essere gelosa.

«Ti piace?» cinguettò la voce di Cecil dietro di me. Stava sorridendo lì impalato, ancora in pigiama. «La scorsa estate hai detto che ti sarebbe piaciuto trascorrere ogni compleanno in riva al mare.»

Incrociai le braccia sul petto. «Non è vero!» sbottai, anche se in fondo ero contenta che se lo fosse ricordato. Se solo fossimo andati lì in modo normale, in macchina o in treno, mi sarei potuta godere la giornata. «La magia è ridicola», gli dissi, «e non voglio averci niente a che fare.»

Lui mise il broncio.

«Tillie», mi sgridò la mamma. «Ha organizzato un’intera giornata per te.» Il resto della tiritera – che ho solo un fratello; che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altra; che un giorno gli sarei stata grata – l’avevo già sentito mille volte.

Alzai gli occhi al cielo. «Okay.» Mi voltai di nuovo verso mio fratello, che era tornato a fremere d’impazienza. «Allora, cosa facciamo?»

Quaranta minuti dopo, finito di fare colazione e vestirci, uscimmo. Era davvero una bellissima giornata, soleggiata e quasi calda come d’estate. «Prima ho provato i manici di scopa», ammise Cecil mentre fissavamo entrambi il tappeto color caramello della mamma, che lui aveva steso in giardino. «Sono incredibilmente difficili da maneggiare. Questo funziona meglio.» Si sedette a gambe incrociate sul tappeto e mi fece cenno di raggiungerlo.

Dopo essermi assicurata che nessuno stesse guardando, mi sedetti. Mi sentivo ridicola.

Cecil mormorò una formula magica e il tappeto diede uno strattone. Si contorse. Si sollevò, cadde e si sollevò di nuovo. Stringendo i denti, mi aggrappai al folto pelo del tappeto. La mia vita era nelle mani di un maghetto di nove anni. Io ne avevo appena tredici anni e stavo per morire! «Cecil!»

«Scusa!» Ripeté le parole magiche e dopo qualche attimo di esitazione il tappeto si mosse senza intoppi. Fluttuò finché fummo all’altezza della grondaia. Ripresi a respirare solo quando sembrò che non saremmo andati più in alto.

«Cosa vuoi vedere per prima cosa?»

Volevo vedere Londra dalla finestra della mia cameretta, ma ormai avevo accettato di stare al gioco. «Il mare?»

Il mare era dappertutto, ma Cecil aveva capito. Planammo lentamente sulle scogliere, passando così vicino ai nidi rocciosi degli uccelli che ne potei sentire il profumo di muffa. Alcuni coraggiosi volarono verso di noi, strillando e sgridandoci finché Cecil si allontanò ridendo.

Poi ci librammo sull’acqua, prendendo velocità e scendendo in picchiata sulle onde gelide. Gli spruzzi salati arrivavano ovunque, ma io mi limitavo a ridere, euforica. Mi sentivo carica di vento e di magia: dentro di me non c’era più spazio per la rabbia o la paura. «Cerchiamo i pony selvatici!» gridai a mio fratello nell’orecchio.

Cercammo finché non fummo infreddoliti e senza fiato. Cecil fece atterrare il tappeto in un prato di erba pignola e plumbago. I pony al pascolo si avvicinarono, incuriositi. «Chiudi gli occhi», mi disse Cecil. In seguito non ricordai di essermi trasformata. Ricordavo invece di aver corso: la sensazione dei miei zoccoli sulla terra e il vento freddo che mi scompigliava la criniera. Ricordavo che i ranuncoli hanno un sapore dolce e che non c’è niente al mondo come appartenere a un branco di creature.

Il sole stava calando quando tornammo e per la prima volta capii che avere un fratello magico non era poi così terribile. La casa si stava sgranchendo le gambe, pronta per iniziare il viaggio di ritorno a Londra. «Credi ancora che la magia sia ridicola?» chiese Cecil.

«Forse no», ammisi, quasi confessando di averlo detto solo perché ero gelosa.

Ma in quel momento la mamma uscì di casa. «Da parte della nonna», disse porgendomi un pacco avvolto nella carta marrone.

Strappai la carta e aprii il pacco. Su un letto di carta sminuzzata c’era una sottile bacchetta di legno. Sotto, un libro dalla copertina color lavanda. Lo tirai fuori e sorrisi leggendo il titolo a lettere d’oro: Il manuale delle giovani maghe.

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